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29/06/2017
Depressione: sintomi, segnali e terapie

Dr. Giuseppe Iannone – Psicologo clinico

Il disturbo depressivo maggiore è caratterizzato dalla presenza continua di almeno 5 dei sintomi che andrò ad elencare per un periodo di almeno 2 settimane consecutive (almeno uno dei 5 sintomi è umore depresso o perdita di interesse o piacere). Affinché possa essere fatta diagnosi i sintomi devono causare disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale e/o lavorativo. I sintomi sono:

Umore depresso, triste, con facilità al pianto. È spesso accompagnato da una serie di fastidi e dolori (articolari, addominali, cefalee, ecc.). Molti individui riferiscono o mostrano un aumento dell´irritabilità (che può manifestarsi come rabbia persistente, accessi d´ira, esagerato senso di frustrazione anche per questioni irrilevanti).

Perdita di piacere: è quasi sempre presente. Ci si sente sempre meno interessati agli hobby e non si prova più piacere anche nelle attività precedentemente considerate piacevoli (praticare uno sport, suonare uno strumento, ballare, uscire con gli amici o con il proprio partner, ecc.), per cui spesso si abbandonano le occupazioni e si assiste a un vero e proprio ritiro sociale.

Modificazioni dell´appetito: possono consistere sia nella riduzione (ipofagia) che nell´aumento di esso (iperfagia). Alcuni individui riferiscono di doversi sforzare di mangiare, altri tendono a mangiare di più e a desiderare fortemente determinati cibi (in particolare quelli ricchi di zuccheri e grassi). Alle modificazioni dell´appetito possono conseguire aumento o diminuzione del peso significativi (±5% peso corporeo).

Alterazioni del sonno: possono manifestarsi come difficoltà a dormire (insonnia) o come eccesso di ore di sonno (ipersonnia). Quando è presente insonnia, può assumere la forma di insonnia iniziale (si ha difficoltà ad addormentarsi), insonnia centrale (ci si sveglia durante la notte con difficoltà a riaddormentarsi) o insonnia terminale (ci si sveglia 2 ore prima dell´orario abituale).

Alterazioni psicomotorie: includono agitazione (per es. incapacità di stare seduti, passeggiare avanti e indietro, ecc.) oppure rallentamento (eloquio, pensiero e movimenti del corpo rallentati, aumento delle pause prima di rispondere).

Diminuzione dell´energia: la persona riferisce faticabilità, continua stanchezza, per cui anche i più piccoli compiti come lavarsi o vestirsi richiedono uno sforzo.

Senso di autosvalutazione o di colpa: si manifesta sotto forma di valutazioni negative irrealistiche del proprio valore, sensi di colpa o ruminazioni su piccoli errori commessi in passato, un esagerato senso di responsabilità e autorimprovero.

Ridotta capacità di pensare o di concentrarsi: la persona riferisce distraibilità, difficoltà di memoria a tal punto da non riuscire a funzionare in modo adeguato sul lavoro o nella gestione delle attività domestiche.

Pensieri di morte, ideazione suicidaria o tentativi di suicidio: questi pensieri variano da un desiderio di non svegliarsi più al mattino a pensieri di suicidarsi, fino ad un piano specifico di suicidio. Si stima che negli Stati Uniti la depressione sia la causa di ben 30mila suicidi e di 300mila tentativi di suicidio ogni anno.

Depressione e suicidio
La gravità e la durata della depressione sono importanti fattori di rischio di condotta suicidaria. Sembra che si riesca a sopportare o tollerare la depressione fintanto che c’è la speranza che le cose migliorino. Ma quando la disperazione cresce fino a diventare insopportabile, o dura da molto tempo, la capacità di reprimere gli impulsi suicidi si indebolisce. Le motivazioni che possono spingere una persona con depressione al suicidio includono la rinuncia a fronteggiare ostacoli percepiti come insormontabili, il voler porre fine ad uno stato emotivo estremamente doloroso, e percepito come interminabile, o il desiderio di non essere di peso agli altri.

Depressione vs lutto
I sentimenti che proviamo in seguito alla perdita della persona amata (come nel caso del lutto) ma anche a una separazione, a una delusione, a un rifiuto o a un qualsiasi guaio o sfortuna sono risposte emotive normali che segnalano la difficoltà che la persona sta vivendo nella situazione in atto. Sebbene risposte a perdite significative elicitino sentimenti che possono mimare a prima vista i sintomi di un episodio depressivo bisogna essere molto cauti in fase diagnostica a non confondere il lutto con la depressione. Vediamo assieme alcune differenze tra lutto e depressione:

• UMORE: Nel lutto i sentimenti di vuoto e di perdita tendono a verificarsi “a ondate” e di solito diminuiscono di intensità nel corso di settimane o di mesi. Nella depressione invece l´ umore è depresso in maniera persistente.
• PIACERE: Il dolore del lutto può essere accompagnato occasionalmente da emozioni positive che non sono caratteristiche dell´infelicità e sofferenza pervasive tipiche di una depressione. Nel lutto c´è ancora la possibilità di esperire eventi piacevoli mentre nella depressione questa capacità viene meno.
• CONTENUTI: La tristezza nel lutto riguarda pensieri o ricordi legati al defunto. La tristezza in un quadro depressivo invece non è legata a specifici pensieri.
• AUTOSTIMA: Nel lutto, l´autostima è generalmente preservata, mentre nella depressione i sentimenti di autosvalutazione sono comuni.
• COLPA: Se nel lutto è presente senso di colpa, questo è legato a carenze nei confronti del defunto (non averlo visitato abbastanza frequentemente, non avergli detto quanto fosse amato). Nella depressione invece i sensi di colpa riguardano ogni cosa, perfino piccoli errori insignificanti commessi in passato.
• PENSIERI SUICIDARI: Nel lutto sono generalmente legati al desiderio di “raggiungere” il defunto, mentre nella depressione tali pensieri sono focalizzati sul mettere fine alla propria vita per sentimenti di inutilità, di essere immeritevoli della vita, di incapacità di far fronte al dolore e alla depressione o per non essere più di peso agli altri.

Quante persone soffrono di depressione?
• Più di 300 milioni di persone nel mondo soffrono di depressione.
• Secondo l´Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2020 la depressione sarà la seconda causa di invalidità ed entro il 2030 occuperà il primo posto fra le patologie croniche.

Negli Stati Uniti la prevalenza a 12 mesi del disturbo depressivo maggiore è stimata attorno al 6,7%. (in Italia siamo attorno al 6,4%). L´esordio del disturbo depressivo maggiore ha il suo picco intorno ai 20 anni. E negli individui dai 18 ai 25 anni di età la prevalenza è 2 volte maggiore rispetto agli individui di 50 anni o più. Le donne infine sono 2 volte più a rischio degli uomini.

Chi è a rischio depressione?
La depressione risulta da interazioni complesse tra fattori biologici, psicologici e sociali.
• La familiarità è un fattore genetico/biologico che contribuisce al rischio di depressione. Avere qualcuno tra parenti di primo grado che soffre di depressione aumenta di 2 volte il rischio di depressione.
• Altro fattore biologico che contribuisce al rischio di depressione sono alterazioni biochimiche a livello cerebrale, ossia livelli alterati di alcuni importanti neurotrasmettitori come la noradrenalina, la dopamina e la serotonina.
• Il nevroticismo – ossia la tendenza a esperire frequentemente e più intensamente emozioni negative.
Tra i fattori psicologici ricordiamo le esperienze infantili avverse, ed eventi di vita stressanti.
Basso livello di scolarizzazione e mancanza di un lavoro regolare sono 2 tra i fattori ambientali che aumentano il rischio di soffrire di depressione.

Tutti questi fattori, spesso in combinazione, aumentano il rischio di poter sviluppare un disturbo di tipo depressivo in alcuni individui.

Dalla depressione si guarisce?
la cronicità dei sintomi riduce la probabilità di una risoluzione completa della sintomatologia.
• L´esordio recente è un importante indicatore della probabilità di guarigione a breve termine. In altri termini, maggiore è la durata di malattia e minore è la probabilità di guarigione.
Meno della metà delle persone che soffrono di un disturbo depressivo riceve cure adeguate. I motivi sono molteplici e comprendono la carenza di risorse e lo stigma sociale associato ai disturbi mentali. È importante che la valutazione diagnostica sia tempestiva al fine di impostare un intervento il più precoce possibile. Quindi se si è nel dubbio, è sempre meglio fare una visita psicodiagnostica. Anche perché i trattamenti efficaci per la cura della depressione ci sono, e dalla depressione si può guarire.

Quanto sono efficaci i farmaci antidepressivi nella cura della depressione?
Qualche anno fa Irvwin Kirsch ha pubblicato uno studio sulla reale efficacia degli SSRI (una classe di farmaci antidepressivi). Analizzando i dati provenienti da ben 47 studi in cui tali antidepressivi erano stati usati nella cura della depressione ha riscontrato che, solo il 18% dei pazienti depressi migliorava grazie all'effetto del farmaco mentre l'82% migliorava solo grazie all'effetto placebo.

Sono stati fatti anche studi sull´efficacia dei farmaci antidepressivi a lungo termine. Da una revisione sulla efficacia degli antidepressivi SSRI assunti per almeno 10 anni di Hughes & Cohen (2009) è emerso che solo un paziente su quattro migliorava e che il miglioramento avveniva sia nei pazienti che avevano assunto l´antidepressivo sia nei pazienti che non avevano preso l´antidepressivo. Uno studio successivo (Fournier et al., 2010) infine ha dimostrato che, anche se i farmaci antidepressivi sono molto poco efficaci, il loro effetto aumenta se la depressione è più grave.

Proprio lo scorso febbraio l´Organizzazione Mondiale della Sanità ha suggerito alcune indicazioni per il trattamento della depressione. Per le forme più gravi, una combinazione tra psicoterapia e farmacoterapia garantisce risultati migliori rispetto alla sola cura farmacologica o psicoterapica. Nei casi di depressione più lievi, invece, gli antidepressivi non sono il trattamento di prima linea ed è invece preferibile un intervento di tipo psicologico.

Psicoterapia per la depressione?
Quando l´esordio della depressione si può ricercare nella storia di vita del paziente occorre ripartire dal contesto che ha preceduto e accompagnato l´esordio dei sintomi, aiutare il paziente a modificare i modi patologici di fare esperienza. Lo psicologo può supportare il paziente nella delicata fase di riadattamento graduale al tempo e ai ritmi dell´ambiente e stabilire con lui una routine che riempia i tempi vuoti e che dia regolarità e struttura alle giornate. Ridare ritmo e regolarità alla vita di tutti i giorni consente infatti al paziente di resincronizzare i ritmi interni con quelli esterni e di orientarsi verso obiettivi futuri. Credo che compito del clinico non sia di guardare al paziente come a una “macchina rotta da aggiustare” ma come ad una persona trafitta dalla disperazione e dalla tristezza. La terapia diventa così personalizzata, cucita addosso al paziente, proprio come si farebbe con un abito fatto su misura. Ogni psicoterapia infatti è una storia a sé proprio perché ogni persona ha una storia propria, unica ed irripetibile.